All’Hotel Eden, «Untitled» di Michael Glawogger

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Whore’s Glory, Workingman’s Death come Megalopolis sono i titoli di tre film di Michael Glawogger in cui la leggerezza dello spostamento nello spazio, attraverso luoghi e situazioni oscurate dallo sguardo d’Occidente, si infrange con la gravità delle immagini. Per i più educati nelle gabbie, fra i corridoi e nelle comode hall della ricerca politicamente impegnata ciò che grava è ciò che già viene letto e giudicato attraverso la lente estetica, se non ancora addirittura della rappresentazione. Poiché ciò che è ai margini dell’Impero, e di cui l’impero stesso continuamente si nutre, deve inevitabilmente essere cacciato dal Regno dell’Eden, deve appartenere al Regno degli Inferi e contentarsi al massimo (com’è il caso di alcune recenti visioni), dopo un lungo peregrinaggio, di non desiderare che la caduta stessa.

La gravità delle immagini agli occhi di Glawogger sta invece nel loro semplice apparire, privo di filtri, se non quello della luce. Ciò si è rivelato in particolar modo nella Trilogia del Lavoro nella scelta di lasciar parlare le immagini, i suoni, di far sì che non fosse un discorso a condurre le azioni, né interno, né esterno alle scene, ma che fossero gli stessi gesti a ritmare l’andamento e gli arresti nei film, in quello che diviene, proprio per questo, un movimento complesso attraverso spazi eterogenei. Così la gravità non è caduta ma consistenza, peso, resistenza, continuamente sollevata nell’ironia e nella luce. Non si tratta però nei film di Glawogger semplicemente di illuminare spazi oscuri, di porre sotto la lente un non visto, di accontentare ed alimentare l’occhio famelico di chi vuole di fronte a sé un’alterità che affranchi, giustifichi, mobilizzi il proprio stato. La Trilogia del Lavoro ed in particolare Whore’s Glory rimettono in scena il desiderio nelle immagini, rivelando i dispositivi che le rendono inaccessibili, lasciando invece scorrere e lasciandosi scorrere, principalmente attraverso i corpi, negli spazi che man mano si aprono e fermarsi di fronte a quelli che si custodiscono nell’ombra. Insomma Glawogger non ci ha accompagnato in un viaggio, ma continuamente ci ha chiamato a compierlo.

Untitled è il film interrotto dalla morte di Michael Glawogger che Monika Willi, già montatrice dei film del regista, ha ripreso e portato a compimento.

“Un film sul niente”: queste erano le parole del regista rilasciate in alcune interviste già prima della sua morte ed impresse in apertura al film, parole che potevano racchiudere le sue intenzioni. Abbiamo qualche dubbio sulla possibilità che quest’affermazione rispecchiasse e rispecchi nel film una semplice rivendicazione di libertà registica, a meno che quella che così viene definita al suo interno conservi qualcosa di molto più prezioso e potente che risolutamente intende gettare un ponte fra il film e ciò che comunemente viene relegato a suo oggetto: in questo caso una vita. Ciò che forse erroneamente spinge a chiedersi se la vita in questione sia quella del regista stesso e a far ruotare il film Untitled intorno a questa questione è il fatto che, a differenza dei film della Trilogia, ad accompagnare le immagini ci sia qui una voce narrante. La tessitura degli spazi eterogenei che così sapientemente era stata intessuta nei lavori precedenti sembra ora correre lungo un filo omogeneo e continuo. Nella versione italiana una voce femminile legge infatti dalle pagine di appunti e note che Michael Glawogger ha steso durante le riprese del film. Pare dunque questo essere il filo che collega le immagini di Untitled che si presentano invece come bagliori, privi apparentemente di un legame le une con le altre. La vita del regista, il suo muoversi da un luogo ad un altro come filo narrativo del film.

A dispetto di questo però bambini e animali sono le figure che di più giocano nel film e a loro sembra esser riservato un posto speciale. In mezzo ad una distesa deserta un folto gruppo di bambini si contende con delle capre scarti e rifiuti gettati da camion. Un gruppo fra questi ragazzini ne trae un’immagine, quell’ultima immagine, recita la voce narrante, prima che esse scompaiano per non riapparire più per lungo tempo: siamo prima o dopo il diluvio universale? La voce narrante racconta che quando c’è stato il diluvio universale un ultimo segnale con un cellulare era stato inviato ma nell’arca non vi era orma più nessuno a riceverlo. Nell’arca di Glawogger vi sono capre e asini che legati e ingabbiati vengono trasportati lungo strade deserte, ma vi sono anche, come in apertura del film, stormi di uccelli in volo che fendono i cieli. Nell’arca di Glawogger ci sono corpi danzanti, corpi in lotta, corpi parlanti che ci raccontano anche di quei corpi che hanno smesso di parlare e corpi in preghiera, ai bordi delle strade trafficate, corpi che occupano lo spazio in preghiera. Il controcanto delle strade e di coloro che in diversi angoli del mondo le vivono e abitano e fra cui lo stesso regista si mescola, sono case mezze costruite, case abbandonate, insieme ad un albergo, a metà fra sogno e realtà. E fra questi due mondi, a bloccare un possibile andamento, un possibile ritmo, la liturgia delle frontiere impressa nei documenti: carte di identità come oggetto di quotidiane preghiere.

Chi è in cammino? Verso dove si muove? Da dove viene? Nessuna di queste domande ci porterà da nessuna parte ed esse non cambieranno finché non avremo deciso di intraprendere il viaggio. Solo qui la luce inizia ad infilarsi ed il vento a muovere la terra in una danza, solo qui il corpo di un pastore si mescola fino ad assumere, sotto a un gonnellino di cesti colmi d’erba, le stesse zampe dell’asino su cui è in groppa fino a dissolversi nella luce.

Diventare invisibile, diventare la stessa luce su cui ogni cosa si muove e colora, afferrare quella luce e non lasciarla oscurarsi. Glawogger attraverso il gesto di Monika Willi ha seguito e afferrato questi bagliori di vita, ne ha fatto risuonare come un diapason la potenza.

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