Conversazione con Philip Scheffner a proposito di «Havarie», 24 Novembre 2016

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24 novembre 2016, in occasione della proiezione di «Havarie», 2016, di Philip Scheffner a Torino
Qualche domanda al regista del documentario

KuK: Nel film si estende una distanza fra la persona che guarda e ciò che si suppone essere l’oggetto del film. Come ti accennavamo, abbiamo molto apprezzato questo elemento e ci siamo chieste se la scelta rispetto a questo elemento fosse stata fatta anche considerando che negli ultimi anni (non solo in relazione a ciò che viene chiamato “soggetto migrante”, ma anche rispetto ad altri “hot issues” [temi caldi] così come vengono chiamati dai mass media) vi è una sorta di sovra sfruttamento di alcune situazioni politiche che ha diversi effetti, fra cui i più immediati sono l’alienazione o la confusione anche rispetto alle persone che si trovano realmente di fronte alle situazioni. Così ci siamo chieste se la vostra decisione di creare questa distanza è stata presa anche considerando questo aspetto della spettacolarizzazione, o meglio mediatizzazione dei temi con cui ti confronti, che appunto non sono semplicemente temi, ma sono storie, vite e situazioni politiche.

Philp Scheffner: Sì, direi, ma è un processo, non è che abbiamo un obiettivo e cerchiamo di trovare una forma, una forma cinematica per soddisfarlo. La stessa forma è il pensiero. Cerchiamo di pensare nella forma. Penso che in relazione alla tua domanda ci siano due cose. Prima di tutto abbiamo trovato quella clip in internet e la clip è così come la vedi, noi non abbiamo fatto nulla. Ovviamente abbiamo fatto molto perché l’abbiamo estesa fino a novanta minuti, ma in riferimento all’angolo della cinepresa e la distanza da cui la persona stava filmando e l’oggetto del desiderio, noi non abbiamo fatto nulla, era così come la si vede. Ma ovviamente c’era una ragione per la quale eravamo così agganciati guardandola. Perché per me, la cosa principale è che si tratti di un’immagine estremamente ambigua, ambivalente. La mia prima impressione quando vidi la clip originale di tre minuti e trenta secondi era che fosse semplicemente una bella immagine. Un giorno assolato, una bella giornata e si vedono delle persone su una barca, non vi è alcun riferimento visivo che queste persone siano dei migranti in una situazione disperata, no, vedi semplicemente delle persone su una barca, ti salutano ma in maniera tranquilla, non vi è l’urgenza che vedi in altre immagini con le persone che disperatamente fanno segno con le mani, no, è molto tranquilla. E questo, combinato con la gerarchia del punto di vista che è così drasticamente brutale era totalmente contraddittorio. Questa è la cosa che ci ha agganciati e ci ha interessato e ci ha incuriosito fino al punto di farci chiedere: che cos’è questo? Cos’è che stiamo guardando? E così è una domanda: che cosa vediamo realmente? Penso che questa sia una qualità dell’immagine. La persona che ha filmato, Terry Diamond, il turista che in quel momento era sulla nave da crociera, lui ha filmato in una maniera particolare e questo non è stato un caso. È una persona che è abituata a guardare, poiché il suo lavoro è…lavora in una compagnia per la sicurezza, non come guardia del corpo o altro, ma lui lavora in una compagnia di sicurezza e il suo lavoro è stare seduto davanti a dei monitor guardando quelle che si possono chiamare immagini vuote, aspettando che qualcosa succeda. E lavora di notte. Ha molta esperienza nel guardare. Penso che questo sia un aspetto. L’altro aspetto è che ha un background biografico o un bagaglio biografico…è cresciuto durante il conflitto nordirlandese, ha un background cattolico e repubblicano, viveva in un quartiere dove le persone erano impegnate accanto all’IRA. La lotta politica era vita quotidiana e da passante vide il suo miglior amico colpito a morte dalle truppe britanniche. Quando lo abbiamo contattato, ci siamo scambiati inizialmente due email e direttamente stavamo già parlando di questo problema, in cui lui è in una situazione in cui sta guardando qualcosa e non può interferire, è troppo lontano e c’è quella distanza che tu hai menzionato. Tutto questo direi che è parte dell’immagine, ed è qualcosa che è estremamente interessante e produttivo in un certo senso, perché in qualche modo rispecchia la mia stessa prospettiva. Sono seduto comodamente nel contesto della mia casa a Berlino, guardando le news e costantemente ci sono immagini che entrano, persone sulle barche, sono immagini diverse queste, di persone nella disperazione, nel caos, nella morte e all’improvviso arriva un’altra immagine che ha la stessa distanza, ma è leggermente diversa, è più aperta, ti offre più domande, più tempo, perché in realtà non accade nulla. Questo è il punto, non succede nulla. L’immagine documenta due punti di vista, che si guardano, in realtà solo uno, ma immaginando che da un lato ci sono tredici persone e cinquemila persone dall’altro, semplicemente si guardano reciprocamente. E questa situazione del guardarsi è una situazione che potrebbe essere molto produttiva, aperta. Ha a che vedere con l’aspettare, normalmente consideriamo l’attesa come una situazione molto passiva, ma penso che si possa considerare l’attendere in maniera molto produttiva, stai facendo qualcosa e improvvisamente devi stare lì e non fare nulla, il che può creare molti problemi. Noi adesso controlliamo le mail o qualsiasi cosa, ma c’è una rottura e dobbiamo aspettare affinché il tempo passi e in quel tempo qualcos’altro può succedere, può esserci un contatto visivo, le persone salutano…una delle più forti sensazioni è quando qualcuno dalla barca sta facendo cenno a noi che guardiamo. Che cos’è? Ci sta salutando o…non è “aiutami” è qualcos’altro. E le persone facevano cenno in risposta, penso, è quello che ho immaginato. Non lo vedi, sai che stava succedendo e anche lo immagini, come una semplice reazione. Così tutte queste distanze sono lì, nel materiale. E poi c’è un altro passo, che è il nostro distanziarci dalle altre immagini dei media, che è stato un risultato…Come sapete noi stavamo filmando in diversi paesi, stavamo andando in giro per il mondo, avevamo del materiale molto bello e poi siamo entrati nella nostra stanza di montaggio ed è stato il momento in cui c’è stato quello che hanno chiamato l’alto picco della cosiddetta crisi migratoria, e costantemente immagini delle persone sulle barche venivano trasmesse e entravano nel nostro salotto, nel nostro accogliente, bello, comodo salotto, e anche nella nostra stanza di montaggio. E montavamo guardando virtualmente immagini di altre barche e abbiamo avuto l’impressione che era diverso, che era cambiato. Tra quando abbiamo iniziato il nostro progetto e quando abbiamo iniziato a montare c’era stato un grande cambiamento. Le persone sono morte nel Mar Mediterraneo a causa delle stupide leggi europee sulla migrazione per molti anni, questo non era nuovo, ma la rappresentazione mediatica era differente. Così abbiamo avuto la sensazione che dovevamo reagire, non potevamo semplicemente far finta che questo non fosse successo. Abbiamo sentito la necessità di reagire in maniera cinematografica, con le nostre possibilità, strumenti. E così abbiamo avuto la sensazione che dovessimo distanziarci che dovevamo avere una distanza da quell’urgenza…da quella “sta succedendo ora, e adesso è già finito, perché sono solo venti secondi di materiale e poi c’è un voice over e un suono scuro profondo”…e ti devi distanziare dai comprensibili riflessi mediatici, i media benintenzionati, che direttamente si indirizzano alle biografie individuali dei migranti. Capisco perché lo facciano, vogliono dare alle persone una storia, un volto, un nome e tutto questo…anche noi vogliamo fare lo stesso, ma avendo avuto esperienza dei media in Germania in quel periodo era…era veramente ovunque e potevi aprire qualsiasi giornale e trovare la biografia di Abdallah, la biografia di…e venivi bombardato di biografie e penso che abbia senso, ma c’è anche un rovescio della medaglia e il rovescio per me era che fosse estremamente comodo. Senti la biografia di qualcuno, che ovviamente è veramente dura, con la guerra, etc.… mentre siamo seduti, ma non siamo parte di questo, non abbiamo nulla a che fare con questo. Se il nostro sederci e guardare fosse parte del problema? Questo lungo processo, queste discussioni e questo pensare ci ha fatto cercare una strada per concentrarci sull’osservatore, su di noi. Potresti dire che è un film sul vedere, un film sull’ascoltare cercando di farne qualcosa di produttivo, creando uno spazio nel cinema in cui sia possibile reinterpretare tutte le immagini che abbiamo nella nostra mente che sono innescate da quella particolare, che è così differente dalle altre.

KuK: In un’intervista che è disponibile online a proposito di Havarie espressamente parli dell’intenzione di produrre, generare uno spazio per pensare, l’importanza del pensare che sottostà a tutta l’idea nel fare questo film e per le persone che lo guardano, nella loro esperienza nel guardare il film. Ma anche qui, come in molti altri casi, c’è una dialettica, ci sono diversi strati. Poiché quando guardi il film ovviamente pensi il tuo pensare, rifletti sul tuo pensare e questo aspetto è reso espressamente da uno dei personaggi che racconta di come la moglie lo rimproveri di pensare troppo e anche di analizzare troppo. Viene menzionato questo aspetto e poi vi è nell’estensione temporale il fatto che tu stia prendendoti il tempo per pensare, si genera lo spazio del pensiero anche per il tempo, ma contemporaneamente questo tempo potrebbe essere quello di una possibile redenzione o un tuo fare qualcosa. E come se pensassi che stai perdendo anche il tempo, ci sono entrambe le posizioni sullo stesso livello. Poiché ti riconosci come spettatore, qualcuno che apparentemente non può fare nulla in quel momento, puoi ad esempio riconoscerti come qualcuno che accetta le decisioni che vengono prese dalle istituzioni, poiché semplicemente guardi quelle che sono le conseguenze delle decisioni prese dalle istituzioni. Pensi il tuo pensare e c’è anche però lo spazio per l’azione. È stato fatto di proposito? Poiché io l’ho percepita come una dialettica.

Philp Scheffner: Capisco la dinamica, ma non ci ho mai pensato

Kuk: Scusa, una specifica. Nel film viene fatta la distinzione fra l’emergenza e la necessità di azione, è chiaro nel film che vi sia una grande differenza fra le due. Ma, mettendo da parte l’emergenza, lo stato di emergenza e quello che produce, allora ti chiedi: cosa sto facendo? Sto semplicemente guardando.

Philp Scheffner: Sarebbe bello se questo fosse l’esito: “devo fare qualcosa”, ma un altro aspetto è che non stai solo guardando, almeno questa è per me la prospettiva, in realtà stai facendo qualcosa, non sei passivo. Penso che l’immagine non ti permetta di essere passivo, ok, magari puoi dormire al cinema, ma poiché è così aperta l’immagine e quello che senti ti da continuamente diversi inneschi per reinterpretare quell’immagine e di mettere te stesso in una sorta di relazione, penso che tu non sia passivo. Stai guardando, ma non stai guardando passivamente, stai facendo qualcosa. E dalle diverse reazione che ho ricevuto rispetto al film, vi è anche una cosa molto fisica che si attiva guardandolo, è molto personale. Molte persone lo hanno descritto come un trip, come se fossi in un viaggio, prendendo delle buone droghe o cose simili. Come se entrassi e uscissi e improvvisamente perdi il contatto e pensi a qualcosa di completamente diverso e subito sei schioccato e pensi sono seduto qui e non posso pensare ad altro, devo pensare a cosa sta succedendo lì…questo entrare e uscire è come una meditazione. Mi piace molto perché penso…sì, non è passivo, è cercare di costruire una relazione non solo con quello che vedi, ma anche con quello che viene insieme ad esso, tutte le altre immagini che non vedi, tutte le altre storie che non sono raccontate ma che hai in testa, stai facendo qualcosa. Insisterei sul fatto che non sia passivo e penso che questo sia veramente importante. Ovviamente se sei al cinema non stai andando, non sei a una manifestazione, ma stai facendo qualcosa che è necessario, io penso sia necessario, per me è necessario. E anche penso sia necessario insistere su quello spazio, insistere per prendere tempo per questo. Nonostante l’emergenza, io penso sia necessario, politicamente necessario nell’insistere: aspetta un minuto. Durante quei novanta minuti…veramente di trovare una posizione, di riposizionarsi o di porre in questione la mia posizione. Penso che insistere su questo sia in sé un’azione politica.

Kuk: Walter Mignolo in un libro a proposito della colonialità (si tratta dell’introduzione di Walter Mignolo al testo Decolonizing sexualities) scrive che le ferite coloniali posso essere esperite solo dai popoli colonizzati e i bianchi, il bianco eterosessuale, non può pensare di conoscere queste ferite coloniali (in realtà Mignolo scrive “‘Persone di colore bianco e eterosessuali’ possono conoscere e capire le ferite coloniali, ma non possono esperirle. Questo è quello che l’esperienza significa: l’esperienza è costituita dalle tue riflessioni su ciò che ricordi o riconosci nel corso del tuo stesso vivere”). Guardando il film ho pensato molto a questo e all’importanza dello spazio, quello spazio che abbiamo chiamato distanza e che è anche spazio del pensiero, l’estensione dello spazio del mare, quello spazio che c’è in mezzo. … guardando il film ho pensato anche che questo è uno spazio che possiamo condividere. Non significa dire che condividiamo le sofferenze, ma possiamo creare uno spazio tra, in cui qualcosa può essere testimoniato e in cui è possibile fare qualcosa.

Philp Scheffner: Questa è sicuramente la situazione del mare, lo spazio blu, in cui ogni cosa è possibile. La cosa interessante è, in particolare il rovescio: sentiamo nell’audio che l’elicottero di salvataggio è arrivato, ma quello che vediamo è che la persona che filma ha perso di vista la barca. Cos’è successo alla barca? Forse la barca è ancora là. Voglio dire, è aperto, non è chiaro cosa sia successo e questo è qualcosa che mi piace molto, perché alla fine hai, forse per tre minuti, solo il blu, non c’è più nessuna barca. Sicuramente c’è uno spazio di possibilità o un mare di possibilità. È bizzarro perché è legato a quest’immagine del mare come qualcosa che non ha confini che è aperto. È stupido perché ci sono un sacco di confini che sono invisibili. E tutti, per lo meno le persone con cui abbiamo parlato che hanno fatto questi viaggi hanno questa sensazione di star conquistando…è anche un’avventura, nel senso di star facendo qualcosa che è coraggioso, grande perché vogliamo cambiare qualcosa. E in quel momento non sono vittime, stanno facendo qualcosa, stanno conquistando e, non sono sicuro che sia ancora nel film, ma penso di sì, c’è una scena in cui senti le voci gridare, le persone nella barca: “Spagna apri i tuoi cancelli” e questa è una citazione letterale di un guerriero algerino, un imperatore, che diceva questo all’invasione della Spagna. Loro dicono questo riferendosi al colonialismo e come puoi adottare qualcosa, rivendicare qualcosa per te e non essere la vittima che chiede aiuto all’Europa. No, noi stiamo facendo qualcosa. Ed è un’immagine che è molto dura da accettare per gli europei, anche per gli europei…

Kuk: I cittadini europei.

Philp Scheffner: Sì. Penso che una delle principali idee o domande di tutto il progetto quando abbiamo visto quella clip, quando abbiamo visto la gerarchia della visione, questo brutale filmare dall’alto in basso che non è cambiato, allora l’idea principale era: sarebbe possibile trovare cinematograficamente, senza strumenti, creare uno spazio in cui questa gerarchia possa essere alterata, possa essere disturbata fino a un certo punto? Senza negarne l’esistenza, senza arrivare a dire “hey, siamo tutti amici, queste persone sulla barca sono ora tutti i miei migliori amici”. È stupido, non conosco la persona, io sono seduto a casa, non sono sulla barca. Ma ancora, e questo si riferisce a quello che dici, abbiamo il nostro stesso bagaglio e ogni cosa non è uguale, non posso comprendere le ferite coloniali…ma almeno possiamo creare uno spazio in cui per lo meno prendiamo seriamente il nostro bagaglio, il nostro bagaglio biografico che se ad un certo punto…se parli con Terry Diamond lui ti parlerà di colonialismo…e non stiamo dicendo che è lo stesso, forse se creiamo uno spazio come questo spazio blu vuoto in cui la storia diventa magari un po’ più liquida o fluida, come se si muovesse, difficile da inchiodare, possiamo confrontarci ad un livello più alto. E questo sarebbe qualcosa di bello ma anche dannatamente necessario, parlando di politica. C’è qualcosa di molto importante per me in riferimento ad Havarie ed è Blue di Derek Jarman…ed anche lì c’è qualcosa che è molto difficile da inchiodare che è in relazione con Havarie, poiché lui sta facendo un film perdendo la vista, sta diventando cieco e sta creando quello spazio. E parliamo ora di questo spazio in cui tutte le possibilità diventano tangibili. È un film bello, è un film veramente bello, molto molto duro e triste, ma molto bello. Sin dall’inizio con Havarie abbiamo pensato che avremmo dovuto trovare dei modi per andare in quella direzione, creare uno spazio che è triste ma che è anche bello, un desiderio. E qui vediamo qualcosa ma non sappiamo…quando lui sta perdendo la vista e riflette su questo nel suo film, qui stai guardando qualcosa e non sappiamo cosa sia e forse hai perso la vista, o forse abbiamo già perso la vista. Non vediamo nulla e dobbiamo ridefinire cosa vediamo veramente. C’è qualche connessione penso…

Kuk: C’è qualcuno mentre stanno raccontano la storia del mare come deserto, che descrive l’allucinazione che ha avuto il suo amico e dice “qui non vedi le cose, le senti” e questo è stato molto potente, sul cosa si possa…

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